mercoledì 21 febbraio 2018

CANTI PARTIGIANI - DAI PAESI LIBERATI - LINA VACCHI - Guerra di Liberazione

CANTI PARTIGIANI - DAI PAESI LIBERATI - LINA VACCHI



(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)

CANTI PARTIGIANI

I

Partigiano,
Una fede ci lega e c'infiamma:
Alza al vento la rossa orifiamma
Come falchi dal monte sul piano
Noi caliamo e giustizia sarà.

Partigiano, 
Nudo e scalzo nel gelido vento,
Riscaldato, da un fervido amore,
A vendetta discendi, il lamento
Del tuo popolo pronto a lenir.

Partigiano,
Cosa importa se il pianto e la morte
Ci separan dai figli? La sorte
E' una sola ma grande, ed il canto
Uno solo: 'giustizia sarà'.

Partigiano,
Siam legati da un vindice ardore
Contro il barbaro sangue nemico, 
Se io muoio m'abbraccia un amico,
Vita e onore son vivi per te.

Partigiano,
Il compagno che muore è uno solo:
Diecimila il suo posto vorranno;
Se anche mille a quel posto cadranno
Una fede immortale vivrà.

II


E noi farem del monte un baluardo 
saprem morire e disprezzar la vita:
per noi risorgerà la nuova Italia
con la guerriglia.

Per le vittime nostre invendicate,
per liberar l'oppressa nostra gente,
ritorna sempre invitto nella lotta
il patriotta.

Il nostro grido è: 'libertà o morte';
sull'aspro monte ci siam fatti lupi:
al pian scenderemo per la battaglia,
per la vittoria.

Famelici di pace e di giustizia
annienterem fascismo ed i tiranni:
rossi di sangue e carichi di gloria
nel fior degli anni.

Ai nostri morti scaverem la fossa,
sulle rupestri cime sarà posta:
per lor risorgerà la nuova Italia
con la guerriglia.


DAI PAESI LIBERATI

Il giornale 'Il Combattente', organo dei Volontari della Libertà di tutta Italia, pubblica un panorama della situazione nelle zone liberate, quale risulta da rapporti giunti dall'Emilia, dal Veneto, dalla Liguria, Piemonte, Lombardia:

"Vallate e paesi sono state liberate dalle forze patriottiche dappertutto accolte con entusiasmo e sostenute e appoggiate dalla popolazione. Sorgono le giunte popolari, si costituiscono ovunque Comitati di Liberazione e, quello che più è importante, ovunque giovani si arruolano, squadre locali si offrono per la guardia, per i trasporti e per la difesa attiva contro i nazi-fascisti.

I nostri valligiani sanno che i banditi tedeschi e fascisti potrebbero anche -per breve ora- tornare, sanno che la rappresaglia sarebbe feroce, ma non per questo chiedono che si rinunci alla lotta. che si attenda. Chiedono armi invece, organizzano la difesa, la ritirata quando è necessario, provvedono a mettere al sicuro i beni e il bestiame. Essi sanno del resto che le case incendiate saranno ricostruite, sanno che i sacrifici sostenuti varranno a far terminare prima questa guerra sterminatrice, a rendere indipendente e libera l'Italia, sanno che i morti devono essere vendicati e che per vendicarli non c'è che un modo: combattere. Per questo aiutano i partigiani, riconoscono in essi i figli del popolo. I partigiani dalla loro parte provvedono ad assicurare l'ordine reprimendo il banditismo, distribuiscono i generi ammassati dai fascisti, indennizzano con quanto prendono al nemico le vittime della repressione. I partigiani epurano le valli dalle spie e dagli sgherri fascisti, permettendo così la creazione delle libere amministrazioni comunali, le difendono, ne garantiscono con la loro forza l'autorità.

Nasce la nuova democrazia nella lotta: chi combattendo l'acquista ne è il miglior difensore e il miglior missionario delle idee di giustizia, di libertà, di partecipazione di tutti alla vita del paese. Plaghe montane che parevano precluse ad ogni vita attiva, popolazioni che il fascismo aveva tenuto nell'ignoranza perché non conoscessero i loro diritti e non trovassero la via per difenderli sono oggi, mercé i partigiani e con i partigiani, all'avanguardia della lotta per l'Italia nuova, lotta armata contro i tedeschi invasori e i traditori fascisti.

Popolo e partigiani uniti cacciano il nemico: l'Italia libera non nè soltanto quella al di là delle linee alleate, l'Italia libera è ormai una realtà in molte zone per valore di popolazioni nostre e per merito di armi italiane."

LINA VACCHI

Lina Vacchi era figlia di operai. Insieme ad alcune altre operaie coscienti e animose capeggiò lo sciopera compatto della sua maestranza nel marzo 1943 in segno di solidarietà con gli operai dell'alta Italia ed in seguito a ciò arrestata. Rilasciata dopo una settimana, fu in seguito cercata più volte dagli sgherri delle 'brigate nere' riuscendo ad eludere i loro piani. Ma già alcune sue compagne di lavoro erano state arrestate: nella città si aveva il presentimento o perlomeno il timore di qualche  violenza da parte della teppaglia fascista.

Il 21 agosto verso sera Lina Vacchi venne arrestata nella fabbrica. Gettata in una sudicia cella, non le fu concesso di unirsi alle compagne. Sottoposta a continui interrogatori essa disse poche parole, alla minaccia rispose con il suo sorriso. Alla domanda che le rivolse uno degli accusatori per toglierle di bocca il nome di chi secondo loro l'avrebbe pagata per fare lo sciopero, rispose ridendo che gli scioperi si fanno appunto perché non vengono pagati e che gli unici colpevoli degli scioperi sono proprio quelli che non li vogliono.

Ad una compagna che riuscì ad avvicinarla, essa confida con disprezzo: 'Quei vigliacchi non sanno che minacciare.'

Infatti l'ultima minaccia fu quella dell'impiccagione. La Lina, sprezzante, canta tornando dall'interrogatorio.

E la minaccia si effettua. Il 25 agosto, a Ravenna è condannata ad assistere alla fucilazione di altre dieci vittime, e all'impiccagione di un gappista. Da sola si mette il nodo scorsoio e dice agli assassini: 'Credete che abbia paura? State pur certi però che tra breve seguirete anche voi la stessa sorte.' Nessuna deformazione fisica nel suo volto e nel suo corpo. La Bionda, come la chiamavano, sembra dormire: il suo aspetto sereno pare ingannare e superare la morte.

Per tutta la giornata, come in pellegrinaggio, i cittadini passarono davanti alle vittime lasciate esposte sotto la sferza del sole per dileggio e vigliaccheria dei nazi-fascisti, i quali si erano affrettati ad abbandonare il posto.

In quell'angoscia, la madre della Lina rimase sempre là, attaccata disperatamente alla sua figliola, illudendosi che ancora respirasse.

Tutto questo ricordano le compagne di lavoro, le donne dei gruppi di Ravenna, ma esse, come tutte le coscienti figlie d'Italia, sanno che non basta ammirare il suo comportamento eroico. Sanno che la Vacchi ha insegnato loro che per una causa nazionale e collettiva si può essere pronti a sacrificare la vita." (@G.M.)


martedì 20 febbraio 2018

DONNE PARTIGIANE - Guerra di Liberazione

DONNE PARTIGIANE

U.D.I.

(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)

L'ampia documentazione sull'attività delle donne nella lotta partigiana, che ci giunge dai territori via via liberati, è una parziale testimonianza di quanto, in questo ultimo anno, abbiano saputo fare le donne per la causa della libertà. Sappiamo che molte altre donne danno ogni giorno il loro contributo al movimento partigiano nelle terre occupate; noi le salutiamo e vogliamo qui ricordarle tutte con commozione e riconoscenza.

Il fatto che la donna abbia preso tanta parte in questa nostra guerra di liberazione è uno dei segni più vivi della partecipazione di tutto un popolo al più profondo e più sentito dei fatti politici e spirituali del nostro tempo; e con orgoglio constatiamo con quanta  vivace generosità le donne hanno corrisposto alla fase più penosa della rigenerazione del nostro popolo. Da questa guerra le donne italiane hanno molto sofferto, e se i nomi di quelle che scontarono con la prigione la loro attiva partecipazione alla vita clandestina, e val qui la pena di ricordare la parte predominante che ebbero le donne negli scioperi del marzo 1943, ci rammentano che non tutte soffrirono in silenzio, tutte complessivamente si adeguarono all'ambiente arroventato della lotta che si stava preparando.

Fino all'armistizio le donne si erano tenute lontane dalla guerra, ne avevano sentito profondamente l'ingiustizia, e non si erano lasciate influenzare dalla propaganda; ma una volta che la guerra divenne giusta, quando si rivolse veramente contro gli oppressori, le donne italiane manifestarono con slancio le loro idee, entrarono in campo attivamente e coraggiosamente. Non si avvertì in loro la minima stanchezza; le sofferenze degli anni precedenti parvero rafforzare l'entusiasmo.

Così, nel settembre del 1943, cominciano le prime attività femminili. Attività di tutte, sebbene pericolosissima, quella di ospitare e nascondere prigionieri alleati e profughi politici, quella di procurare cibo, vestiti e mezzi di sostentamento alle prime bande di partigiani che vanno mano a mano formandosi. E' un lavoro che le donne cominciano a fare in seno alla loro famiglia, con i loro mezzi abituali: è un lavoro rischioso ma che non le porta molto al di fuori di quello che è il loro normale campo di azione. E restando nei loro paesi, nelle loro città, possono constatare con orrore l'immensità della barbarie dell'oppressore, soffrono, si ribellano. Nasce in loro l'esigenza spirituale di collaborare più attivamente per affrettare il giorno della liberazione. E salgono sui monti per imbracciare il fucile.

Raggiungono le bande partigiane e trovano che c'è un enorme bisogno di loro: curare i feriti, portare ambasciate, cercare di attenuare la dura vita della montagna attendendo ai cibi, ai vestiti. Fanno i lavori più oscuri e ingrati; non amano sentirsi eroine, sono solamente donne che sanno di fare il loro dovere. Se occorre sono accanto agli uomini nel combattimento con uguale coraggio; e questo lo sanno anche i nazisti che giustiziano partigiani e partigiane allo stesso modo.

Molte partigiane sono morte così. Noi abbiamo la documentazione del loro valore, di quello che è stato loro fatto soffrire ed anche una loro fotografia: volti sorridenti di donne giovani che ci riempono di commozione. Ed accostandoci al loro coraggio, alle loro sofferenze, a quel loro sorriso ci sembra veramente di capire quale era lo spirito che guidava il loro eroismo: voler dare al nostro popolo la libertà, la serenità.

Il nostro paese è a mano a mano liberato, il compito dei partigiani è mutato, essi chiedono di entrare nell'esercito e continuano in questo modo la loro lotta, diventano soldati e combattono accanto ai loro fratelli. Le donne dovrebbero tornare alla loro casa, alla loro vita normale, ma non possono: troppi dolori, troppi vuoti intorno a loro ricordano che il nemico non è cacciato del tutto, che bisogna affrettare la liberazione di quelle partigiane che continuano a lottare nelle terre ancora occupate. Le donne sanno che per determinati servizi potrebbero essere molto utili all'esercito, come lo sono state ai partigiani. Vogliono anche loro continuare la guerra e chiedono che questo sia loro concesso.

Quando tutta la nostra terra sarà finalmente libera, esse torneranno alla vita normale, una vita nuova, sconosciuta per la maggior parte di quelle che l'hanno desiderata e che per essa hanno combattuto. E sono queste donne che maggiormente ci fanno sperare nella nuova generazione. Generazione nata in un periodo tristissimo, ma che ha saputo trovare attraverso il dolore la sua parte attiva, ha saputo lottare per i propri ideali con piena coscienza e grande valore." (@G.M.)

Didascalia foto: "L'acquazzone estivo non impedisce a queste ragazze fiorentine di intonare i canti partigiani."


L'AVIAZIONE IN GUERRA - Guerra di Liberazione

L'AVIAZIONE IN GUERRA


(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)

Nei giorni precedenti l'8 settembre la consistenza dell'aviazione italiana non era che di poche centinaia di apparecchi: la lunga guerra aveva consumato, con gli uomini, le macchine e l'industria bellica non era stata in grado di riempire i larghi vuoti.

La dichiarazione dell'armistizio sorprese i nostri reparti isolati nelle più diverse basi della penisola. dell'Egeo e dei Balcani, , e con essa ebbe immediatamente inizio la prima fase di una lunga lotta, caratterizzata da oscuri sacrifici e da un arduo lavoro, combattuta non solo nei cieli e dagli equipaggi in volo, ma anche sui capi, nelle officine, dagli uomini tutti della nostra Arma.

E mentre le prime perdite rigavano già di sangue la nuova guerra, i trecentosettantasei velivoli -di cui centosettantasei bellici, vale a dire quasi la totalità della nostra flotta aerea- sottratti al nemico dalla disperata volontà  degli equipaggi e fatti affluire  su aeroporti dell'Italia meridionale o sul territorio occupato dagli Alleati, costituirono, nel settembre 1943, lo scheletro della nostra nuova forza dell'aria, che, come suo primo obiettivo bellico, appoggiò per tutto il mese di settembre le truppe italiane impegnate nell'accanita resistenza di Corfù.

A mano a mano che i velivoli raggiungevano le basi dell'Italia meridionale e con gli uomini che, a gruppi o isolati, passavano le linee nemiche per ricongiungersi con le loro macchine e con i loro compagni, l'attività bellica si andò ampliando rapidamente di giorno in giorno: la caccia effettuava frequentissime azioni di mitragliamento contro obiettivi di superficie e azioni di scorta e di ricognizione: i caccia bombardieri attaccavano in picchiata truppe, automezzi, mezzi corazzati e mezzi navali, mentre apparecchi da trasporto e da bombardamento iniziavano i rifornimenti alle truppe italiane che nei Balcani, opponendosi tenacemente ad ogni pressione o minaccia tedesca, stavano congiungendosi con i partigiani del Maresciallo Tito.

La dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre 1943) pose, ad un tratto, le forze armate italiane, e quindi anche l'Aeronautica, su un piano diverso: da quel giorno le azioni dei cacciatori contro obiettivi a terra e le azioni di rifornimento alle truppe della Divisione 'Garibaldi' e ai partigiani jugoslavi non conobbero soste. Le cifre dell'attività operativa dell'Arma sono elevatissime, soprattutto se messe in relazione al numero di velivoli disponibili e alle difficoltà, talvolta ingenti, che si sono venute presentando.

Al 13 ottobre 1944 - cioè dopo un anno preciso di cobelligeranza- erano state effettuate circa venticinquemila ore di volo, di cui oltre undicimila di guerra,  con un totale di tremilatrecento azioni; erano stati distrutti 86 velivoli nemici, trasportati o lanciati più di venticinquemila quintali di materiale e volati nove milioni di chilometri. E dal 13 ottobre ad oggi, mentre la guerra nei Balcani va assumendo una nuova fisionomia, i compiti dell'aviazione italiana si allargano sempre più e le operazioni da essa compiute -come è reso noto in uno speciale  messaggio del Vice Maresciallo dell'Aria W. Elliot, Comandante le Forze aeree operanti nei Balcani- hanno riflessi sempre maggiori nel quadro generale della guerra in Europa.

Le parole di elogio di W. Churchill per 'la leale aviazione italiana', la cessione ai reparti dell'Arma di apparecchi di costruzione alleata, i caldi riconoscimenti dei Comandanti britannici e statunitensi, il caloroso saluto tributato dal Governo italiano agli equipaggi, mentre sono per gli aviatori motivo di alto orgoglio, costituiscono il più alto riconoscimento di un'opera dedicata alla ricostruzione della Patria.

Ma oltre ai sacrifici dei combattenti dell'aria è doveroso riconoscere quelli di altri uomini che, con gli equipaggi, hanno duramente lavorato: sono gli uomini degli aeroporti e delle officine. Uno dei problemi più gravi infatti, che si presentarono sin dall'origine fu quello relativo alla riparazione e alla manutenzione del materiale di volo.

Nessuna industria aeronautica di qualche efficienza esisteva nel territorio dell'Italia liberata e parte dei macchinari e delle materie prime che si erano potute recuperare dalle poche industrie bombardate erano state requisite dalle Forze Alleate per le loro necessità: cosicché restavano solo scarsi mezzi a disposizione dell'Aeronautica per provvedere alle indispensabili riparazioni dei velivoli e dei motori.

Ciononostante, grazie all'opera meravigliosa degli uomini, fu possibile alla nostra aviazione operare con i soli suoi mezzi - il più delle volte, di fortuna- dalla data dell'armistizio sino ad un tempo assai recente.

Dopo oltre un anno di cobelligeranza e di relazioni con le autorità alleate, gli aviatori hanno, infine, convalidato la loro antica esperienza secondo la quale la stima e la fiducia nel campo delle relazioni internazionali possono essere acquistate solo con il più duro e appassionato lavoro, così come nelle azioni di guerra le posizioni possono essere conquistate soltanto con la più decisa volontà e lo spirito di sacrificio." (@G.M.)

Didascalia foto 1: 'Un idrovolante dell'aviazione italiana in revisione. Nostri idrovolanti hanno continuamente volato sul mare in azioni di scorta a convogli, ricerca naufraghi e soccorso.'
Didascalia foto 2: 'Nostri aerei da trasporto su una base delle Puglie.'
Didascalia foto 3: ' Un velivolo di fabbricazione alleata, in dotazione ai nostri reparti, in volo sul nemico.'
Didascalia foto 4: 'L'officina di una squadra di riparazioni aeronautiche. Il tenace lavoro dei nostri specialisti ha reso possibile perfino la costruzione di nuovi velivoli con rottami di aerei abbandonati su aeroporti dell'Italia meridionale, Sicilia e Africa.'
Didascalia foto 5: ' Si caricano i rifornimenti per un lancio ai partigiani.'
Didascalia foto 6: 'Interi reparti italiani son equipaggiati con apparecchi di fabbricazione alleata. Ecco un Baltimore, velivolo da bombardamento leggero, su una base dell'Italia meridionale.'



MARINA IN ARMI - Guerra di Liberazione

MARINA IN ARMI

di Giuseppe Cruciani


(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)

Mentre scrivo, mi ritorna alla memoria il ricordo di quel luminoso mattino del 16 ottobre 1943 nella rada di Alessandria ove da un mese il grosso della flotta italiana era alla fonda. Qualche giorno prima era venuto l'ordine di rimpatrio di tutte le navi ad eccezione delle due corazzate Vittorio veneto e Italia, che con gli equipaggi ridotti dovevano raggiungere una destinazione prossima al Mar Rosso.

Io ero sul Veneto. Rivedo gli equipaggi addossati alle battagliole o arrampicati sulle torri; tutti hanno in mano un fazzoletto che sventolano a mo' di saluto e che spesso portano agli occhi per asciugare le lacrime sospinte da una interna commozione. Nel cuore ci fioriva un dolore e un senso di acuta nostalgia. Salutavamo navi e compagni e tutti sapevamo di allontanarci da qualcosa di nostro, da qualcosa di santo e di eroico che avevamo infinitamente amato. Vedemmo gli incrociatori e i caccia uscire dalle ostruzioni, poi al largo li vedemmo manovrare per assumere la formazione, poi furono sagome, punti sull'infinito, sul grigio e sull'azzurro. Erano le nostre navi, era la Marina Italiana, tricolore al picco, che riprendeva a navigare dopo la sosta di Malta.

A Malta non solo le navi italiane avevano adempiuto lealmente ad una clausola armistiziale, ma avevano dato spettacolo di efficienza,di capacità e di ordine; avevano detto in un muto linguaggio di acciai e di cuori che l'Italia aveva ancora qualcosa di sano, qualcosa che non era ancora prostrato, qualcosa su cui contare per la ricostruzione della Patria e del mondo. E in quel mattino del 16 ottobre 1943 nella rada di Alessandria la dimostrazione di Malta ebbe concreto riconoscimento con quell'ordine di operazione che ridava alle prore il moto e agli equipaggi la possibilità del combattimento sulle loro navi, con la loro bandiera, per la loro Italia.

Da quel giorno le navi italiane ripresero nuovamente il mare raggiungendo tutte le latitudini per combattere anch'esse la guerra che ha tutti i caratteri di una crociata di liberazione per l'umanità. Da quel giorno le navi italiane, affiancandosi alle Nazioni Unite, ne dividono la nobile missione.

La storia farà il consuntivo di questa guerra e dirà l'apporto integrale della Marina Italiana rivelandone il contributo alla causa alleata. Oggi poco si può dire e le cifre sono troppo sintetiche per spiegare tutto. Dall'armistizio a tutto il 30 novembre 1944 le unità della R. Marina hanno complessivamente eseguito 5.350 movimenti percorrendo un totale di miglia 1.470.000; hanno scortato 9.690 piroscafi per complessive tonnellate 74.670.000 di stazza lorde; hanno trasportato 277.000 militari.

Queste cifre vogliono dire missioni di crociera, di scorta, di trasporto, missioni di informazioni, di dragaggio; di recuperi, di rilievo, di ricognizione con la gamma di ogni tipo di nave, di ogni dislocamento. Vanno per mare incrociatori, cacciatorpediniere, sommergibili, corvette, motosiluranti, mas, mezzi d'assalto, navi ausiliarie. Queste cifre significano snervanti navigazioni, oculata vigilanza, agguati e insidie dalle profondità e dalle altitudini, significano il combattimento, gli schianti, le mutilazioni, significano l'eroico ardimento e il sacrificio di giovani vite.

Ma non soltanto operativo è l'apporto della Marina Italiana, che gli alleati si valgono di tutta la sua perfetta organizzazione di terra. I porti, gli arsenali, i bacini, i cantieri, le officine, gli uffici, gli ospedali, i semafori, le stazioni radio, tutto ciò che in una parola è 'Marina', è efficacemente utilizzato dalle Autorità Alleate per serrare sempre più la caccia alla belva teutonica.

E la marina è anche presente sul fronte terrestre, ove il 'Reggimento San Marco', affiancato dalle truppe delle altre Nazioni libere offre sangue e valore. Ed è presente oltre la linea del fronte, coi suoi uomini che lottano fra le file dei partigiani ed hanno bagnato di sangue generoso l'aspro cammino della liberazione della Patria.

Per noi marinai è motivo di vivo orgoglio poter dare alla causa alleata un tanto efficace contributo, sapere che alla ricostruzione della Patria e alla formazione di un nuovo ordine del mondo abbiamo offerto il nostro ardimento e il nostro sacrificio.

Io credo nella missione della Marina e credo nel suo destino. E' un'istituzione che vanta le più gloriose tradizioni militari delle quali i suoi uomini si impregnano tra le metalliche pareti delle navi il cui acciaio li forgia alle difficoltà del dovere, della tecnica e del sacrificio. Io ho fede nella Marina la cui fedeltà ai supremi interessi della Patria è valsa a salvare l'Italia quando sembrava dovesse scomparire fra i gorghi della sconfitta.

Gli uomini che oggi negli uffici presidenziali delle capitali tracciano i destini della storia e del mondo, ricordino il contributo della Marina Italiana alla causa comune, tengano presente che un'Italia non più imperialista, ma che si proietta tutta nel mare deve avere un'efficiente marina per la tutela dei propri interessi, per il prestigio della propria civiltà e per il gioco degli equilibri politici." (@G.M.) 

Foto 1: Tomba di Cortese Domenico.
Didascalia foto 2: 'A poppa, durante una missione di guerra.'
Didascalia foto 3: 'Ufficiali del Battaglione S. Marco sul fronte di Cassino.'
Didascalia foto 4: 'Messa a bordo.'
Didascalia foto 5: 'Mezzi d'assalto.'





L'ESERCITO COMBATTE - Guerra di Liberazione

L'ESERCITO COMBATTE


(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)

Dopo l'8 settembre, i reparti italiani che non dovettero soccombere alla sorpresa, resistettero al nemico sino al sacrificio supremo e con ostinato eroismo, spesso opponendo il vecchio 91 alle mitragliatrici e ai carri armati tedeschi. Una volta cessata la resistenza, molti furono i soldati che si ritirarono sulle montagne ove proseguirono la latta, costituendo i primi nuclei delle bande partigiane

In altre località, ove non si trovavano tedeschi, i reparti italiani, anziché incrociare le braccia, si unirono immediatamente alle truppe anglo-americane appena sbarcate e con esse avanzarono e presero contatto con il nemico, prima della dichiarazione di guerra, solo seguendo un impulso generoso.

Le nostre truppe della Sardegna, come pure quelle della Corsica, rafforzate queste da patrioti e truppe francesi, combatterono validamente scacciando i tedeschi.

In Balcania, sole o affiancate ai partigiani, nostre unità, meglio armate delle poche rimaste in Patria, ma prive di rifornimenti e in condizioni spesso tragiche, hanno affrontato una lotta impari.
Nell'Italia libera -senza armamento adeguato, né mezzi di trasporto, né magazzini- fu subito intrapreso l'imponente lavoro della riorganizzazione dell'Esercito,  scompaginato dall'aggressione tedesca e dalla paralisi dei mezzi di comunicazione.

Il 27 settembre 1943 nasce il Corpo Italiano di Liberazione.
Monte Lungo, Monte Marrone, San Biagio, Picinasco, San Donato, Opi, Alfedena, Orsogna, Guardiagrele, Chieti, Teramo, L'Aquila, Ascoli, Macerata, Filottrano, sono le tappe gloriose del C.I.L. che a piedi gareggiò con le unità motorizzate.

Sciolto il vecchio C.I.L., oggi l'Armata Nazionale è agguerrita e salda, pronta ad ogni prova: di già sei divisioni sono in linea; altre ben presto le raggiungeranno.

Il contributo del risorto esercito italiano alla causa antitedesca è ragguardevole sul fronte di combattimento e su quello del lavoro; esso verrà potenziato giorno per giorno sino all'annientamento del secolare nemico.
Nei nostri cuori sfolgora, più che mai oggi, la speranza della vittoria suprema e della resurrezione della Patria.

                                                                         * * *

Il contributo alla guerra di liberazione del nostro Esercito non si esaurisce col sangue versato dai reparti combattenti; le truppe ausiliarie italiane infatti concorrono con tenace spirito di abnegazione, e spesso col sacrificio supremo, alla rinascita della Patria.

Fin dall'inizio, subito dopo l'armistizio, questo concorso apparve naturale e spontaneo e ben presto era destinato ad accrescersi in misura rilevante e sistematica, com'è dimostrato dal quadro delle unità ausiliarie impiegate nel periodo ottobre 1943 - settembre 1944:
ottobre...........55.000
novembre........88.000
dicembre.........94.000
gennaio...........87.000
febbraio..........82.000
marzo.............97.000
aprile............110.000
maggio..........124.000
luglio............160.000
agosto...........164.000
settembre......164.000

Come si vede, nel volgere di dodici mesi l'entità delle truppe ausiliarie è triplicata; il che testimonia dell'importanza crescente dagli alleati alla cooperazione delle nostre truppe.

Per effetto di tale cooperazione, molti settori del complesso fronte bellico sono affidati interamente a soldati italiani. Reparti di artiglieria contraerea e costiera, di polizia militare, di salmerie per i rifornimenti alle prime linee, autieri, carristi, mascheratori, nebbiogeni, movieri, posacavi, radiocontrollo, forestali, ecc. collaborano con le armate alleate, per una comune vittoria. (@G.M.)

Didascalia foto 1: 'Truppe italiane su Monte Lungo'.
Didascalia foto 2: 'Sabatino Di Donati, orfano di guerra, soldatino di 13 anni, mascotte di un reparto del C.I.L.
Didascalia foto 3: 'Carri armati italiani all'attacco.'
Didascalia foto 4: 'Batteria italiana in azione.'






sabato 17 febbraio 2018

SETTE MEDAGLIE D'ORO - Guerra di Liberazione

SETTE MEDAGLIE D'ORO

(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)


TANCREDO GALIMBERTI

Instancabile nella cospirazione, fu tra i primi ad impugnare le armi per difendere dal tradimento e dalla tirannia la libertà e il suolo della Patria.
Con perizia pari all'entusiasmo, intorno a sè raccolse tra i monti del Cuneense un primo nucleo di combattenti dal quale dovevano sorgere valorose divisioni partigiane. Alla testa di queste divisioni cadeva una volta ferito ma non abbandonava il posto di combattimento e di comando prima di avere assicurato le sorti dei suoi reparti. Non ancora guarito assumeva il comando di formazioni partigiane piemontesi, prodigandosi incurante di ogni rischio.
Arrestato, fieramente riaffermava la sua fede nella vittoria del popolo italiano contro la nefanda oppressione tedesca e fascista. Poiché le atroci torture cui fu sottoposto non riuscirono a piegarlo, i suoi carnefici vilmente lo abbatterono. Altissimo esempio di virtù militari, politiche e civili.
Italia occupata, 2 dicembre 1944.

TINA LORENZONI

Purissima patriota della Brigata 'V', martire della fede italiana, compì sempre più del suo dovere. Crocerossina e intelligente informatrice, angelo consolatore fra i feriti, esempio e sprone ai combattenti, prestò sempre preziosi servizi alla causa della liberazione di Italia. Allo scopo di alleviare le perdite della Brigata, già duramente provata ed assottigliata nel corso delle precedenti azioni, onde rendere possibile una difficile avanzata, volle recarsi al di là della linea del fuoco per scoprire e rilevare le posizioni nemiche. Il compito volontariamente ed entusiasticamente assuntosi, già altre volte portato felicemente a termine, la condusse verso la cattura e verso la morte. Gloriosa eroina d'Italia, sicura garanzia della rinascita nazionale.
Firenze, 21 agosto 1944.

NORMA PRATELLI-PARENTI

Giovane sposa e madre: fra le stragi e le persecuzioni, mentre sul litorale maremmano infieriva la rabbia tedesca e fascista, non accordò riposo al suo corpo né piegò la sua volontà di soccorritrice, di animatrice, di combattente e di martire. Diede alle vittime la sepoltura vietata, provvide ospitalità ai fuggiaschi, libertà e salvezza ai prigionieri, munizioni e viveri ai partigiani; e nei giorni del terrore, quando la paura chiudeva tutte le porte e faceva deserte le strade, con l'esempio di una intrepida pietà donò coraggio ai timorosi e accrebbe audacia ai forti. Nella notte del 22 giugno, tratta fuori dalla sua casa, martoriata dalla feroce bestialità dei suoi carnefici, spirò, sublime offerta alla Patria, l'anima generosa.
Massa Marittima, giugno 1943.

ANNA MARIA ENRIQUEZ

Immemore dei propri dolori, ricordò solo quelli della Patria; e nei pericoli e nelle ansie della lotta clandestina ricercò senza tregua i fratelli da confortare con la tenerezza degli affetti e da fortificare con la fermezza di un eroico apostolato. Imprigionata dagli sgherri tedeschi per lunghi giorni, superò con la invitta forza dell'animo la furia dei suoi torturatori che non ottennero da quel giovane corpo straziato una sola parola rivelatrice.
Tratta dopo un mese dal carcere delle Murate, il giorno 12 giugno del 1944, sul greto del Mugnone, in mezzo ad un gruppo di patrioti cadeva uccisa da una raffica di mitragliatrice: indimenticabile esempio di valore e di sacrificio.
Firenze, 15 maggio-12 giugno 1944.


PIETRO CAPUZZI

Ritrovando nella lotta partigiana lo slancio e l'energia della gioventù, benché avanzato negli anni, si adoperava indefessamente a costituire in Visso un centro di resistenza e di guerriglia partigiana, dando prova di alto spirito di sacrificio e di eroico disprezzo di ogni pericolo.
Nei momenti più gravi della reazione nazista, assumeva personalmente il comando di tre Brigate Garibaldine, ed animando con l'esempio e la parola i suoi compagni di lotta, infrangeva ogni attacco, mantenendo le sue forze sempre più agguerrite e terribili per il nemico.
Sfuggendo più volte ai tedeschi che accanitamente lo ricercavano e malgrado la forte taglia che gravava sulla sua testa, continuò instancabile la sua sempre più pericolosa attività, finché, preso dal nemico ad Ussita, sopportate fieramente disumane torture, veniva passato per le armi nel luogo stesso della cattura, dopo otto mesi di eroica incessante lotta per la liberazione della Patria.
Ussita, 9 maggio 1943.

Tenente ALIGI BARDUCCI (Potente)

Sfidando ogni pericolo, consacrava la sua attività ad animare, suscitare, rafforzare il fronte della resistenza in Toscana. Organizzatore dei primi distaccamenti partigiani in quella zona, costituì la Brigata Garibaldi 'Lanciotto' e la comandò in ripetuti, durissimi scontri, guidandola con intrepido valore ed alto spirito di sacrificio in vittoriosi combattimenti, come quelli ormai leggendari per la difesa di Cetica.
Comandante della Divisione Garibaldi 'Arno', portava i propri reparti all'avanguardia dell'esercito Alleato nella battaglia per la Liberazione di Firenze. Affrontava eroicamente l'ostinata e rabbiosa resistenza tedesca, si apriva un varco tra le fila nemiche e guidava i volontari italiani ad entrare combattendo, primi, in Firenze sua città natale.
Alla testa, come sempre, dei propri uomini, mentre dirigeva l'azione dei garibaldini contro le retroguardie tedesche asserragliate nella città, cadeva colpito da una granata nemica.
Firenze, 8 agosto 1944.

DANTE DI NANNI

Combattente di una Brigata Garibaldina, chiedeva di essere aggregato ai Gruppi di Azione Patriottici (GAP) operanti a Torino. Già distintosi in parecchi attacchi contro i fascisti e i tedeschi, partecipava alla distruzione della stazione emittente della radio fascista.
Nel combattimento che seguì all'azione vittoriosa riuscì a sfuggire al nemico, benché ripetutamente ferito.  Circondata la casa nella quale aveva trovato rifugio, all'intimazione di resa rispondeva per alcune ore con il lancio di bombe e con il fuoco fino ad esaurire le munizioni uccidendo e ferendo numerosi militi fascisti e tedeschi.
Venuta meno ogni possibilità di lotta, si sporgeva dalla finestra e salutato col grido incitatore di 'Viva l'Italia' il popolo che, fremente, si era raccolto attorno al luogo del combattimento, per non consegnarsi vivo al nemico si lanciava nel vuoto suggellando la sua indomabile vita in un supremo gesto di resistenza.
Torino, 19 maggio 1944.
(@G.M.)

ATROCITA' NAZISTE - Guerra di Liberazione

ATROCITA' NAZISTE A SAN POLO DI AREZZO

(In 'Guerra di Liberazione', Edito a cura del Ministero dell'Italia occupata - gennaio 1945)


La rivista riporta queste fotografie nelle due pagine centrali, senza commenti, a documentazione delle 'atrocità naziste a San Polo di Arezzo'.

Questa la descrizione della strage riportata da Wikipedia:
"La strage di San Polo fu un eccidio compiuto da militari tedeschi il 14 luglio 1944 nella zona di San Polo, ad Arezzo, costato la vita a 65 persone fra partigiani e civili, compresi bambini, donne ed anziani.
Dopo la decisione presa all'inizio di luglio dal CLN di Arezzo di procedere all'occupazione della città da parte dei partigiani, diverse formazioni scesero dalla collina verso posizioni sempre più avanzate. Il 14 luglio, tuttavia, mentre le truppe inglesi che avrebbero dovuto ricongiungersi ai partigiani tardavano ad arrivare, i Tedeschi, pianificata una rappresaglia, riuscirono a liberare dei soldati precedentemente fatti prigionieri e, raggiunte le località di Pietramala e Molin dei Falchi, rastrellarono decine di persone e diedero alle fiamme le abitazioni. Si incamminarono poi con i prigionieri (uccidendo quelli che via via si trovavano in difficoltà nella marcia: una donna incinta, dei bambini, degli anziani) e procedettero ad ulteriori arresti a Vezzano, Castellaccio e Villa Mancini a San Polo. Proprio in quest'ultimo edificio i tedeschi interrogarono e torturarono i prigionieri (tra cui diversi noti capi partigiani come Eugenio CalòAngelo Ricapito e Vasco Lisi), per poi seppellirli tutti ancora vivi in tre fosse comuni che vennero ricoperte di terra e fatte esplodere con la gelatina.
Subito dopo, i Tedeschi abbandonarono San Polo. Arezzo sarebbe stata liberata definitivamente due giorni dopo, e solo l'indomani, 17 luglio, si poté procedere alla riesumazione dei corpi e al loro trasporto al cimitero."