giovedì 9 novembre 2017

LA VALORIZZAZIONE DELLE RETI NELLE ADOZIONI INTERNAZIONALI

Il tema delle reti -con riferimento alle possibili interconnessioni in ambito sociale- può sembrare ad un tempo un po' superato (se ne parla almeno dagli anni '80 del secolo scorso) ed anche parzialmente abusato perchè il termine 'rete' è stato considerato 'di moda' per un po' di tempo. Credo invece rappresenti uno strumento concettuale utile quando siano specificati i contesti e le modalità di utilizzo.
Nel caso della presente riflessione, che prende spunto da una delle ultime sessioni formative nazionali per gli operatori delle adozioni internazionali, da me coordinate nel 2016, l'esplorazione condotta con riferimento ai contesti istituzionali (nazionali e regionali), professionali (facendo attenzione alle dimensioni interprofessionali) e naturali (specialmente riguardo alle famiglie adottive ed agli stessi ragazzi adottati) credo possa aiutare a sviluppare connessioni anzichè alimentare divisioni.
Buona lettura, quindi, per chi avrà interesse al tema e sufficiente pazienza per giungere alle conclusioni.


Adozioni internazionali e valorizzazione delle reti
istituzionali, professionali e naturali
                                                                                
                                                              di Giorgio Macario[1]

Non potremmo contribuire a rivisitare momenti e parti dei percorsi formativi,
 istituzionalmente previsti o organizzati ad hoc,
per sostenere aperture a nuove prospettive e per re-immaginare
diversi investimenti e diverse attenzioni ai problemi del nostro contesto sociale
e alle nuove generazioni che si mostrano interessate ad affrontarli?[2]

Franca Olivetti Manoukian


1.     Il respiro europeo delle attività formative per le adozioni internazionali
Le azioni formative nazionali della Commissione per le adozioni internazionali (d’ora in avanti denominata CAI) rivolte alla migliore applicazione della legge per le adozioni internazionali, la Legge 31 dicembre 1998, n. 476, partite già all’indomani della attivazione della stessa Commissione nel novembre 2000, hanno rappresentato una delle esperienze più longeve di preparazione interprofessionale ed interdisciplinare di diverse centinaia di operatori sparsi sul territorio nazionale e provenienti da Regioni e servizi territoriali, Enti autorizzati e Giustizia minorile.
Queste attività formative, frutto di approfondimenti che hanno coinvolto i principali studiosi delle specifiche tematiche trattate e che hanno tenuto presente una selezione delle esperienze più significative già attive sul campo, hanno contribuito non di rado a prefigurare diverse azioni di sviluppo e miglioramento in tempi successivi alle attività formative realizzate.
Ciò è stato reso possibile in primo luogo dall’esteso coinvolgimento dei responsabili dei servizi e delle istituzioni coinvolte a tutti i livelli, che non di rado sono stati non solo partecipanti ma anche attori protagonisti dell’intervento formativo, e per l’estesa fiducia che si è consolidata negli anni in merito alla qualità complessiva della formazione progettata e realizzata.
Gli stessi appuntamenti europei ed internazionali che si sono succeduti negli ultimi anni[3], hanno allargato lo sguardo visuale della formazione nazionale realizzata dalla CAI e hanno consentito nuove connessioni ed interscambi.
Proprio per questo, le attività formative proposte dalla CAI sono ormai da alcuni anni collocate in un quadro europeo, il nuovo quadro strategico dell’Unione Europea 2010-2020, arricchito dalla più recente programmazione comunitaria 2014-2020 che, in particolare per l’istruzione e la formazione, prevede tre priorità: una crescita intelligente (conoscenza e innovazione al centro); una crescita sostenibile (più efficienza e competitività per quanto riguarda le risorse); una crescita inclusiva (maggiore coesione sociale e territoriale promuovendo l’occupazione).
Esplicitando poi il quadro delle priorità, gli obiettivi strategici nello stesso settore formativo e dell’istruzione risultano essere quattro:
A)   Applicare la formazione lungo tutto il corso della vita.
B)   Migliorare la qualità e l’efficacia della formazione.
C)   Promuovere equità, coesione sociale e cittadinanza attiva.
D)   Incoraggiare la creatività e l’innovazione a tutti i livelli della formazione.[4]
Il target di riferimento delle attività formative della CAI è un target doppiamente rilevante per il perseguimento di questi obiettivi perché gli operatori coinvolti si formano per sé, ma sono molto spesso operatori con grande esperienza, influenti nelle loro organizzazioni, e che sovente si adoperano per diffondere e sensibilizzare altri operatori. Questa finalità di diffusione, d’altra parte, occupa ormai un posto rilevante negli intendimenti della CAI, proprio per consentire il migliore utilizzo possibile delle risorse e innescare un virtuoso effetto moltiplicatore.
Ma riprendendo i quattro obiettivi strategici menzionati, questi rappresentano un mix che è possibile rintracciare nella formazione nazionale per le adozioni internazionali.
Dalla realizzazione di un Lifelong Learning non esaustivo, certo, ma molto più coinvolgente degli aggiornamenti professionali estemporanei, e peraltro sempre più rari, cui devono adattarsi i più (Ob. A) al perseguire un miglioramento continuo quanto all’efficacia formativa esplorando nuove metodologie e consolidando ed estendendo i risultati raggiunti su tutto il territorio nazionale (Ob. B); dal contribuire alla costruzione di una comunità di pratiche e di pensiero nelle adozioni internazionali[5], che favorisce maggior conoscenza e coesione, concedendo adeguatamente ascolto a quella parte di cittadinanza, sempre più estesa, coinvolta nell’adozione di bambini provenienti dall’estero (Ob. C) all’aprire per quanto possibile a contributi innovativi mediante analisi interdisciplinari, apporti autobiografici, gruppi autogestiti[6], contaminazioni progettuali, ed un avanzato contesto formativo di ‘formazione situata’ attenta alle indicazioni esplicite ma anche implicite che ispirano l’azione lavorativa dei soggetti coinvolti (Ob. D).

2.     La valorizzazione delle reti dal pre al post-adozione: progettare innovando
La L. 476/1998 sulle adozioni internazionali ha previsto fin da subito il coinvolgimento di una pluralità di soggetti ed organizzazioni impegnate nella miglior riuscita dell’inserimento del bambino adottato nel nuovo contesto familiare.
La CAI, dal suo avvio operativo, ha inteso creare un ‘sistema adozioni internazionali’ capace, per quanto possibile, di auto-implementarsi. La Commissione ha infatti cercato di perseguire la migliore delineazione, da parte dei principali soggetti professionali coinvolti -operatori dei servizi territoriali che andranno a costruire le equipe adozioni in gran parte del territorio nazionale, con il coordinamento delle Regioni; rappresentanti ed operatori degli Enti autorizzati; presidenti e giudici dei Tribunali per i minorenni-, delle proprie specifiche funzioni favorendo la creazione di contesti inter-organizzativi attenti al reciproco riconoscimento di competenze, ruoli e funzioni.
La stessa formazione nazionale per le adozioni internazionali ha costituito da sempre uno dei principali strumenti finalizzati all’incontro ed al raccordo fra coloro che operano sul territorio nazionale a favore della migliore riuscita dei percorsi adottivi. Gli interventi formativi non hanno quindi inteso sostituirsi ai raccordi operativi e gestionali che venivano al contempo perseguiti dalla CAI con altri dispositivi, ma sono stati finalizzati alla creazione di spazi di riflessione ed approfondimento sempre più orientati a migliorare la qualità dell’intervento e la sua adeguata documentazione.[7]
Se quindi non si può certo affermare che l’attenzione al raccordo inter-istituzionali e inter-organizzativo, ma anche la sensibilità rivolta alla promozione di connessioni interprofessionali e la cura di apporti interdisciplinari, siano una novità nell’operato della CAI, ciononostante l’aver progettato e realizzato un seminario di tre giornate sulla ‘Valorizzazione delle reti dal pre al post-adozione’[8] ha rappresentato un salto di qualità ben accolto dai professionisti che hanno aderito all’iniziativa.
In tutti questi anni è infatti la prima volta che il tema delle reti viene posto esplicitamente al centro dell’attenzione. E questa centralità è connessa ad una fase che mostra una crescente complessità: la lunga crisi economica in atto dal 2008 ha comportato un calo del numero di adozioni -anche se in Italia il calo è stato molto più contenuto rispetto ad altri Paesi[9]-  ed un restringimento consistente di risorse umane e materiali destinate a questo settore, così come a molti altri.
D’altra parte, il concetto di rete -e di rete sociale[10] in particolare-, come diversi altri fra cui quello di empowerment e della resilienza, ha corso negli ultimi anni il forte rischio di essere svuotato di significato, di valore operativo e di efficacia a causa di un suo costante sovra-utilizzo. L’attuale contingenza internazionale, cui il mondo delle adozioni internazionali presta particolare attenzione perché ne fa parte in modo strutturale, sembra aver però spinto a riutilizzare le reti formali ed informali come fattore imprescindibile di sostegno, laddove la famiglia ed i singoli, oberati di sovra-investimenti spesso strumentali, entrano in crisi.
E’ del tutto evidente che gran parte degli apporti formativi concretizzati hanno di fatto contribuito a migliorare il sistema di relazione fra i principali nodi della rete delle adozioni internazionali. E, d’altra parte, i Servizi territoriali delle Regioni, gli Enti autorizzati ed i Tribunali per i minorenni hanno costruito ed affinato il proprio know-how in tema adottivo non in modo totalmente autoreferenziale, ma potendo usufruire nel contesto formativo di apporti conoscitivi, esposizione di buone prassi e attivazione di confronti e collaborazioni a livello infra-regionale, interregionale, nazionale ed in alcuni casi, internazionale.
Diversi esponenti di questi servizi hanno poi approfondito le loro competenze seguendo per più anni le attività seminariali nazionali e maturando specializzazioni tali da poter essere coinvolti nella formazione non solamente come semplici partecipanti, bensì come testimoni privilegiati che esponevano buone prassi, partecipavano a tavole rotonde ed in alcuni casi portavano un contributo come relatori su temi che li vedevano particolarmente competenti. E’ quindi la stessa rete professionale ad essersi mobilitata in prima persona, rivolgendo il proprio sguardo anche oltre il contesto prettamente professionale.
Quest’ultima attività seminariale proposta ha quindi inteso favorire riflessioni e nuovi pensieri che potessero aiutare le necessarie riorganizzazioni, in molto casi già in atto, senza sacrificare i livelli di eccellenza raggiunti. Occorre infatti trovare il modo di promuovere circoli virtuosi che mantengano la capacità di pensare e di gestire al meglio le diverse problematiche da parte degli operatori, evitando che si inneschino circoli viziosi caratterizzati da demotivazione e scarsa riflessività.
Il percorso di specializzazione e approfondimento realizzato si è quindi concentrato sull’individuazione della migliore finalizzazione degli apporti istituzionali e professionali per la concreta valorizzazione delle reti naturali e di reciprocità che si possono creare intorno alle famiglie adottive. Alla ricerca di un mix adeguato fra aspetti formali e dimensioni informali.
E proprio per valorizzare le specifiche caratteristiche dei diversi apporti conoscitivi ed esperienziali, sono stati attuati vari accorgimenti metodologici, quali:
-le più tradizionali, ma pur sempre indispensabili, ‘relazioni di approfondimento’ dei temi;
-le già sperimentate ‘riflessioni nel corso dell’azione’, fondamentali per enfatizzare l’approccio teorico-pratico della formazione ed estese alle iniziative più significative anche se non ancora compiutamente concluse;
-le innovative ‘riflessioni dai territori di confine’, che hanno visto l’apporto di esperti protagonisti di percorsi di reti diversificate, ma contigue al mondo adottivo;
-i lavori di gruppo condotti da tutor;
-gli approfondimenti fra esperti, senza la conduzione di tutor[11].
Infine, nel percorso formativo sono state considerate, in una sorta di schema a matrice, le dimensioni istituzionali ed organizzative, dedicando la prima giornata a ‘Istituzioni e Organizzazioni’; gli aspetti professionali ed interdisciplinari, con la seconda giornata su ‘Professionisti e aspetti interdisciplinari’; gli apporti formali ed informali, al centro della terza giornata. Particolarmente degni di nota sono stati due aspetti diversificati: da un lato gli ‘apporti dai territori di confine’ mediante i quali si è cercato di fornire nuovi sguardi visuali, alla ricerca di nuovi pensieri per affrontare le necessarie riorganizzazioni dell’attuale contesto; d’altra parte si è puntato molto sul favorire il riconoscimento e la valorizzazione delle risorse già in possesso delle figure genitoriali adottive ed i fattori resilienti di molti ragazzi adottati affinchè le reti naturali e di reciprocità potessero essere prese in considerazione unitamente a quelle professionali ed istituzionali, sia nel pre che nel post-adozione.

3. ‘Professionisti riflessivi’ e ‘famiglie competenti’

Per poter valorizzare l’apporto che le reti di diversa natura e consistenza possono fornire al miglioramento della vita sociale ed al consolidamento di percorsi di integrazione sociale, occorre che gli interlocutori principali siano sensibilizzati e formati su questi temi. Ciò vale, quindi, anche per i professionisti impegnati nello specifico settore delle adozioni internazionali che si occupano delle famiglie adottive ed in specifico dei bambini adottati. In genere, infatti, la crescita professionale in nuovi aree parte da una fase pionieristica, che si potrebbe definire caratterizzata da contesti ‘in statu nascendi’, che danno vita a nuove professionalità o, più spesso, orientano professionalità già esistenti verso specializzazioni ad hoc: pensiamo ad alcune figure professionali impegnate negli Enti Autorizzati o anche nei Servizi territoriali; si consolida entro una fase tecnicizzata, durante la quale vengono esplicitati i principali modelli di riferimento e affinati gli strumenti maggiormente adeguati al perseguimento degli obiettivi di lavoro, ricercando sinergie ed economie di scala capaci di tenere insieme quantità e qualità dell’intervento; in ultimo, è possibile -ma non scontato- un passaggio ad una fase riflessiva, di professionismo riflessivo[12]. Gli approfondimenti sul pensiero riflessivo favoriscono diversi e interessanti sviluppi. Dal superamento della razionalità tecnica mediante la razionalità riflessiva alla sottolineatura dell’importanza dell’abilità artistica (artistry) come valorizzazione delle competenze che consentono ai professionisti di interagire in maniera proficua con le zone indeterminate della pratica; dalla ‘riflessione nel corso dell’azione’ come dispositivo capace di attribuire significati all’azione professionale in una comunità che opera su pratiche condivise allo sviluppo di processi oltre che di condivisone, di negoziazione, revisione e sistematizzazione che conferiscono valore di conoscenza professionale  a ciò che in precedenza era mera pratica[13]. Uno di questi, particolarmente centrato sugli apporti formativi e approfondito dall’autore in circa 20 anni di progettazione e realizzazione di percorsi formativi nazionali[14] sia come responsabile della Formazione nazionale per l’infanzia e l’adolescenza dal 1998 al 2003[15], sia in quanto responsabile della formazione nazionale per le adozioni internazionali dal 2001 al 2016[16], rappresenta di fatto il retroterra del presente contributo.
La costante ricerca di innovazioni sul versante degli apporti professionali per la migliore qualità dell’intervento ha portato a diversificare i possibili approfondimenti tenendo sempre più presenti le dimensioni interdisciplinari, interprofessionali ed inter-organizzative. Ma ugualmente si è cercato di tenere maggiormente presenti, in particolare sul versante educativo, i confini fra intervento ‘professionale’ e intervento ‘naturale’. Tre concetti essenziali dell’intervento educativo, tradotti in altrettanti gesti universali, sono l’accoglienza (l’abbraccio), la cura (l’essere cullati) e la promozione dell’autonomia (l’allontanare da sé)[17], e proprio il riconoscere che questi gesti traducono tutto ciò che di buono può essere richiesto ad una famiglia sufficientemente buona, ma sono altresì alla base dell’intervento educativo professionale, consente di ritrovare alcune radici di senso comuni fra i due ambiti.
La competenza delle famiglie -utilizzata in questo caso come esemplificativa delle possibili competenze dei molti soggetti non professionali- diventa così non solo una mera concessione dei professionisti ma una ricerca costante ed anche una promozione di tutti quei saperi relazionali detenuti dai non-professionisti che hanno un ruolo determinante nella crescita, nel mantenimento e nel recupero di un benessere psico-fisico del bambino.
Parlando in particolare di adozioni internazionali dobbiamo essere consapevoli che per certi aspetti i soggetti coinvolti, sia professionali che non professionali, tendono a moltiplicarsi, e lo stesso accade per le attenzioni da prestare alle specificità della condizione del minore, che rischia di essere straniero sia nella Patria di origine che in quella di accoglienza. E’ per questo che tutta la tematica delle reti -istituzionali, professionali e naturali- assume in questo caso una ancor maggiore centralità.
E la specificità di questo settore lo rende anche fra i più significativi per lo studio e l’approfondimento della resilienza[18]. In particolare uno dei due modelli di riferimento più diffusi in ambito internazionale, di area francofona, individua proprio alle fondamenta della sua costruzione della resilienza la rete delle relazioni informali: famiglia, amici, vicini,…[19].

4.     Per la valorizzazione delle reti istituzionali, professionali e naturali

Le riflessioni conclusive dell’attività seminariale sulla valorizzazione delle reti nelle adozioni internazionali hanno fatto riferimento a tre scommesse che al termine dei lavori sono sembrate sostanzialmente vinte.[20]
La prima riguarda l’articolazione delle tre aree prevalenti nell’analisi delle reti. La scelta di dedicare le tre giornate seminariali alle tre aree tematiche specifiche -Le istituzioni e le organizzazioni, I professionisti e gli aspetti interdisciplinari, gli apporti formali e informali-, che aveva fatto nascere qualche perplessità in fase progettuale perché poteva mettere in secondo piano i possibili intrecci, ha viceversa enfatizzato l’analisi delle diverse specificità consentendo l’avvicinamento a cerchi concentrici al cuore del sistema adottivo costituito dai protagonisti dell’adozione. Tale impostazione ha favorito la valorizzazione delle reti di reciprocità che riconoscono a tutti gli attori in gioco, istituzioni e professionisti compresi, il possesso di risorse ma anche la presenza di punti deboli, che vanno messi in rete affinchè anche i professionisti possano farsi ‘aiutare’ dalle persone a meglio aiutarle.[21] In questo contesto gli aspetti interdisciplinari connessi ai diversi professionisti sono stati volutamente introdotti da una figura professionale centrale ma non frequente nel ‘sistema adozioni’, dove prevalgono generalmente le figure psico-socio-giuridiche, quale il pediatra[22] ; mentre gli apporti istituzionali e organizzativi, connessi alla complessità delle tre giornate seminariali, sono stati sintetizzati da un punto di vista sociologico  con un ‘respiro’ da relazione introduttiva.[23]
La seconda scommessa vinta ha a che fare con la rivitalizzazione dell’area trasversale delle ‘riflessioni nel corso dell’azione’, nella quale sono state messe in pratica le raccomandazioni cui si è fatto già cenno in merito all’importanza del pensiero riflessivo per la costruzione di quella che ormai da alcuni anni si va definendo come ‘comunità -temporanea- di pratiche e di pensiero delle adozioni internazionali’. La comparazione resa possibile dalla presentazione di ben quattro esperienze di rete in altrettante Regioni fra le più significative nell’attuale panorama nazionale[24], la sintesi di alcune buone prassi da parte di Enti autorizzati su di un’area specifica e di grande attualità come l’accesso alle informazioni e la ricerca delle origini[25] ed ancora la sperimentazione di reti di famiglie e progetti innovativi a livello territoriale e la promozione e valorizzazione delle reti tramite la documentazione supportata a livello centrale[26], hanno riempito di contenuti niente affatto scontati questa area attivata già da alcuni anni.
Infine, la terza scommessa è forse la più significativa perché riguarda un’intuizione progettuale mai sperimentata in precedenza, e cioè l’introduzione di ‘riflessioni dai territori di confine’. E’ noto infatti come in sessioni formative di alta specializzazione abituate da anni al coinvolgimento dei relatori e delle esperienze di eccellenza nel settore adozioni internazionali il rischio di ripetersi sia sempre in agguato. Aver avuto la possibilità di coinvolgere tre fra le più significative esperienze in territori che possono anche intrecciare la presenza di protagonisti dell’adozione, ma non sono certamente ascrivibili al settore adozioni, ha inteso rispondere alla necessità di rendere più fecondo il pensiero dei diversi protagonisti interessando territori ‘laterali’, impegnati in mission diversificate ma convergenti verso uno sforzo partecipativo che introduce ossigeno in contesti sottoposti al rigore della crisi.
La centratura sulla consulenza ed il supporto fornito alle reti istituzionali nel caso della L. 285/1997[27] ha inteso approfondire in particolare la metodologia di lavoro comune fondata sul metodo del ‘coordinamento aperto’ creato nel quadro della politica dell’occupazione e del processo di Lussemburgo per il raggiungimento di obiettivi comuni di miglioramento, innovazione e convergenza nei risultati. Il protagonismo degli operatori educativi e sociali nella costruzione delle reti di prossimità[28] ha consentito di gettare uno sguardo su di una solida esperienza di raccordo e incontro fra centinaia di operatori in diverse aree territoriali, sottolineando la necessità di operatori ‘deponenti’, in ricerca e tesi ad apprendere dalle situazioni, capaci di ‘stare sulla soglia’ pur partecipando, quando necessario, alle reti primarie e di prossimità. E in ultimo, il ‘protagonismo dei protagonisti’ nella valorizzazione delle reti[29], ha permesso di avvicinare la recente creazione di reti che hanno per principali protagonisti gli stessi ragazzi già ospiti delle comunità per minori, approfondendo il tema del mutuo-aiuto e la rete fra gli ex-ospiti, la partecipazione sociale e la cittadinanza attiva, il lavoro di rete con gli stakeholders.
Tre scommesse che ricompongono un quadro molto ricco e variegato. Una sessione formativa che ha inteso -per riprendere la citazione iniziale- “ricomporre in modo innovativo il produrre servizi con il tutelare diritti”[30] e, in presenza di una sovrabbondanza di risposte preconfezionate e manualistiche, cercare di individuare le domande giuste. Fino alla prossima occasione, per implementare un percorso che ha superato i 15 anni e che si auspica possa raggiungere la maggiore età.

(In 'Minori Giustizia', n. 4/2016)


[1] Formatore e psicosociologo, consulente dell’Istituto degli Innocenti di Firenze, già docente di Educazione degli adulti all’Università di Genova e Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Genova.   macario.g@gmail.com
L’articolo fa riferimento al primo seminario di specializzazione sul tema della “Valorizzazione delle reti dal pre al post-adozione” progettato e condotto dall’autore nel gennaio 2016 in qualità di responsabile scientifico e formativo della formazione per le adozioni internazionali. Il seminario formativo è stato realizzato dall’Istituto degli Innocenti di Firenze per la Commissione per le Adozioni Internazionali.
[2] F. Olivetti Manoukian, Oltre la crisi,  Guerini e Associati, Milano, 2015, p. 186.
[3] Nel 2008 l’iniziativa dal titolo “I servizi per il post-adozione in Italia e in Europa” ha visto la partecipazione di circa 250 operatori e delegazioni da Brasile, Etiopia, Federazione Russa e Ucraina. Nel 2010 la successiva iniziativa dal titolo “Resilienza ed approccio autobiografico nelle adozioni internazionali” ha avuto 250 partecipanti e anche in questo caso delegazioni da Bolivia, Colombia e Federazione Russa, oltre a Francia e Spagna. Nel 2011, infine, l’iniziativa dal titolo “Diventare genitori adottivi sufficientemente buoni”, ha coinvolto 220 partecipanti e delegazioni da Burkina Faso, Colombia, Federazione Russa, Vietnam e invitati dalla Repubblica di San Marino, dall’International Social Service e dal Permanent Bureau-HccH.
[4] Cfr. TREELLE, Il lifelong learning e l’educazione degli adulti in Italia e in Europa. Dati, confronti e proposte, Quaderno n. 9, Genova, dicembre 2010. Per una analisi di fonte istituzionale, cfr. il documento del Ministro per la Coesione Territoriale rintracciabile all’indirizzo: http://www.agenziacoesione.gov.it/it/politiche_e_attivita/programmazione_2014-2020/index.html
[5] Cfr. E. Wenger, Comunità di pratica e sistemi sociali di apprendimento, in Studi Organizzativi, n. 1/2000, pp. 11-34, e
E. Wenger, Comunità di pratica. Apprendimento, significato, identità, Cortina, Milano 2006.
[6] Secondo la tecnica importata dagli Stati Uniti e denominata ‘Birds of Feather’. Cfr. ‘Percorsi formativi nazionali per le adozioni internazionali – Anno 2015’, Commissione per le Adozioni Internazionali – Istituto degli Innocenti di Firenze, documento di progetto (Materiali per i Seminari del dicembre 2015 e del gennaio 2016).
[7] Cfr. nota 16. Tutti i testi citati nella nota sono scaricabili gratuitamente all’indirizzo: http://www.commissioneadozioni.it/it/bibliografia/studi-e-ricerche.aspx
[8] Firenze, Residence Ricasoli, 26/28 gennaio 2016.
[9] L’Italia è attualmente il 2° Paese al Mondo per numero di adozioni e la diminuzione pur consistente delle autorizzazioni all’ingresso concesse dalla CAI (dalla punta massima di 4.130 del 2010 siamo passati ai 2.216 del 2015, con una discesa del 47% circa) appare molto ridimensionata rispetto ai crolli dei principali Paesi di accoglienza come gli Stati Uniti d’America (passati da 22.884 adozioni nel 2004 a 7.094 nel 2013), la Spagna (passata da 5.541 adozioni realizzate nel 2004 a 1.191 nel 2013) o la Francia (che passa da 4.079 adozioni sempre nel 2004 a 1.343 nel 2013). Per i dati nazionali, la fonte è la CAI; per i dati internazionali la fonte è Peter Sellman, Newcastle University, UK, dall’intervento  “The Decline of Intercountry Adoption in Europe 2004-2014” presentato al Seminario Nazionale di Firenze su ‘Gli Enti autorizzati e le adozioni internazionali’ del 9/11 febbraio 2016.
[10] Per citare gli apporti in italiano fra i più utilizzati, si vedano i lavori di approfondimento sulla Network Analysis di Paola Di Nicola con la nuova edizione aggiornata del volume La rete: metafora dell’appartenenza. Analisi strutturale e paradigma di rete, Franco Angeli, Milano 2015; lo storico lavoro di Pierpalo Donati e Fabio Fogheraiter, Community care. Teoria e pratica del lavoro sociale di rete, Edizioni Erickson, Trento 1991; ed infine sempre di Fabio Folgheraiter, il volume del 1998, giunto alla decima ristampa nel 2016, Teoria e metodologia del servizio sociale. La prospettiva di rete, Franco Angeli, Milano 2016.
[11] Birds of Feather (B.o.F.), cfr. nota 6.


[12] Cfr. i testi base di D. A. Schon, The reflexive practicioner, Basic Books, New York 1983 (tr. It.: Il professionista riflessivo, Dedalo Edizioni, Bari 1993) e Educative the reflective practicioner, Jossey Bass, San Francisco 1987 (tr. It.: Formare il professionista riflessivo, Franco Angeli, Milano 2006).
[13] M. Striano, presentazione all’edizione italiana di D.A. Schon, 2006, op. cit., pp. 12-13
[14] G. Macario, L’arte di formarsi, Unicopli, Milano 2008
[15] Cfr. G. Macario (a cura di), Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza, Quaderni n. 15/2000, n. 20/2002 e 35/2005, Istituto degli Innocenti, Firenze.
[16] Cfr. G. Macario, Commissione per le adozioni internazionali, Collana Studi e Ricerche, Volumi n. 1/2003, 4/2005, 7/2008, 10/2010, 15/2011, 17/2012, 18/2012, 20/2013, Istituto degli Innocenti, Firenze.
[17]  F. Scaparro e M. Bernardi, cit. in G. Macario (a cura di), Dall’istituto alla casa, Carocci, Roma 2008, pp. 23-24.
[18] Cfr., del maggiore esperto di resilienza a livello internazionale, B. Cyrulnik, Autobiografia di uno spaventapasseri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2009, pagg. 184-208.
[19] Il modello è denominato ‘La casita’, ‘piccola casa’, ed è finalizzato a rappresentare “una risposta pragmatica al bisogno di vari professionisti -educatori, psicologi, pediatri, assistenti sociali- di comprendere e declinare a livello pratico le conoscenze scientifiche nell’ambito dell’esperienza professionale”. L. Pandolfi, Costruire resilienza, A. Guerini e associati, Milano 2015, pag. 38.
[20] Le conclusioni sono state tenute dall’autore in qualità di responsabile scientifico e formativo.
[21] La sistematizzazione del tema era assegnata alla prof.ssa Maria Luisa Raineri con l’intervento ‘Reti di reciprocità nei percorsi adottivi: cosa sono e come promuoverle.’
[22] Il Medico pediatra Giorgio Zavarise ha introdotto il tema parlando di ‘Adozioni internazionali e salute del bambino adottato: la rete in ambito professionale’.
[23] La relazione di apertura dei lavori, sul tema ‘Relazioni di cura formali e informali nelle adozioni internazionali. Ruolo delle Istituzioni e del settore no-profit’ è stata tenuta dalla Prof.ssa Paola di Nicola.
[24] Le Regioni coinvolte sono state la Regione Lazio, la Regione Piemonte, la Regione Emilia Romagna e la Regione Veneto.
[25] ARAI e CIAI i due Enti coinvolti.
[26] Il Progetto A.A.A. nel primo caso, portato dal nucleo Adozioni e Affido della AUSL di Bologna, e il Servizio di Documentazione dell’Istituto degli Innocenti nel secondo riferimento.
[27] Contributo nella prima giornata portato dalla dott.ssa Donata Bianchi dell’Istituto degli Innocenti, responsabile del Servizio Ricerca e Monitoraggio.
[28] Intervento nella seconda giornata svolto da Franco Floris, direttore della rivista Animazione Sociale.
[29] Intervento nella terza giornata, a cura di Federico Zullo, Presidente dell’Associazione Agevolando.
[30] F. Olivetti Manoukian, 2015, op. cit., p. 31.

domenica 22 ottobre 2017

LA MAGIA DI LELE LUZZATI IN SINAGOGA

Nel decimo anniversario della scomparsa di Lele Luzzati alla Sinagoga di Genova nel Museo Ebraico, fino al 20 dicembre, è possibile visitare gratuitamente la mostra 

'Viaggio nel mondo ebraico'


Emanuele Luzzati (1921-2007) è sempre stato un artista laico, ma non ha mai disdegnato di contribuire con le sue opere anche al progresso del Mondo Ebraico, cui pure apparteneva, visto anche il ruolo rilevante di suo padre nella Comunità Ebraica genovese. Diceva infatti di se stesso: "Sono ebreo perché sono nato ebreo, così come sono nato a Genova. Non è una cosa che si spiega, è così e basta."
E' per questo che le sue opere, anche in tema ebraico, restituiscono comunque un senso di leggerezza, di freschezza e di allegria, 'con uno sguardo inimitabile'.
Le foto che seguono documentano l'inaugurazione della mostra di oggi pomeriggio (22 ottobre 2017-h. 17.30) (G.M.)

Parte I - VITA E ALCUNE OPERE IN MOSTRA

1-La  Sinagoga Maggiore

2-Arazzo: l'ascesa dalla Lanterna di Genova a Gerusalemme

3-Modello teatrale e dipinto

4-Manifesti del Teatro Ebraico

5- Illustrazioni varie

6-Illustrazioni varie

7-Illustrazioni varie

8-Il peccato di Adamo ed Eva e illustrazioni varie

9- Immagini varie di Luzzati con la sorella Gabriella e famigliari nel Kibbutz Ruhama

10-Disegni di Lele del 1940 e foto

11-Albero genealogico della famiglia Luzzati

12-Foto dai nonni a Ferrara

13-Gli antenati e la famiglia, fino a Lele e Gabriella da piccoli

14-Modellino de Il Golem al Maggio Fiorentino, per la regia di di Fersen

15- Lele Luzzati e Aldo Trionfo nella scuola elementare di Castelletto a Genova.


Parte II - ALCUNE PRESENZE ALL'INAUGURAZIONE

-A-

-B-

-C-

-D-

-E-

-F-

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ROBINSON - UN VIAGGIO NEI MEANDRI DEL SILENZIO

ROBINSON - UN VIAGGIO NEI MEANDRI DEL SILENZIO
                                                                     
                                                  di Giorgio Macario


‘Preferisco il silenzio’ è il titolo dell’inserto ROBINSON del quotidiano La Repubblica del 22 ottobre 2017. Nel (relativo) silenzio di una domenica mattina, giornata (a volte) dedicata al riposo, ho cercato di viaggiare nei meandri delle citazioni silenziose degli autori, alla ricerca di un percorso almeno in parte (e necessariamente) autobiografico, perlomeno nella scelta delle sottolineature maggiormente sintoniche con una attualità stretta fra i timori per la deflagrazione europea dell’indipendentismo catalano e la recrudescenza dell’egoismo respingente di una crescente maggioranza rumorosa.

"Prima ancora di metterci in ascolto dobbiamo saper fare silenzio dentro di noi.
Solo da questo silenzio può nascere l’ascolto, l’apertura all’altro” – Simone Weil (1909-1943)
(Da ‘Le frasi’ di Anastasia Martino)

Il silenzio ha un prezzo.
“(Il silenzio) è diventato un bene molto richiesto e sempre più prezioso. Un investimento che non tutti si possono permettere, dalle case alle auto fino agli orologi. Lo spiega l’autore di un saggio che esce ora in Italia (John Biguenet, Elogio del silenzio, Il Saggiatore, 2017).”
“...benchè non ne possediamo alcuna esperienza diretta, l’utilità del silenzio come concetto è per noi inesauribile, e in un mondo assordante il suo valore cresce in maniera vertiginosa. (...) La diffusione del rumore è stata così pervasiva che gli esseri umani faticano a mantenere anche la minima parvenza di quiete. (...) E allora perchè cerchiamo il silenzio, se inseguirlo è vano? Forse perchè non comprendiamo appieno che cosa stiamo inseguendo. (...) Davvero desideriamo il silenzio, o non è piuttosto la solitudine che vogliamo, un isolamento in cui stare soli a leggere, ascoltare musica, lasciarci assorbire da noi stessi senza l’elemento di disturbo degli altri? Alla fin fine, forse non è dal rumore che tentiamo di scappare, quando ci diciamo che vorremmo un po’ di silenzio.” (John Biguenet)

Michael Collins, il vero protagonista silenzioso dello sbarco sulla Luna.
“Allora, mentre tutto il mondo stava con gli occhi a guardare i due (Armstrong e Aldrin) poggiare i piedi sulla Luna, Michael se ne andò. (...)si inoltrò verso il lato oscuro della Luna. (...) Collins, in quel momento, divenne così remoto da tutti: l’unico uomo dell’intero sistema solare a essere separato da ogni cosa. (...) Solo lui, da lì, per quarantasette minuti, entrò in quel rovescio di universo, in quel vertiginoso silenzio. Nè Aldrin nè Armstrong poterono mai provare quel che lui provò quando si inoltrò in quell’assoluto silenzio universale.” (Federico Pace)

I monasteri del silenzio.
“Il silenzio non si può insegnare. Al massimo lo si può apprendere quando, sorprendendoci, viene incontro. E i monasteri, da secoli, sono luoghi dove lo si può trovare ma non ci si aspetti che lì il silenzio sia qualcosa di maestoso, di imperativo e di solenne. (...) Il silenzio dei monasteri è un’altra cosa. E’ frutto di un npaziente compromesso; è una fragile tessitura dove i fili dell’attenzione si intrecciano fra il dentro e il fuori di sè, viaggiano fra l’irriducibile singolarità di ciascuno e la composita variegazione di una comunità nella quale, sette volte al giorno, si intona l’accettazione della perfetta polifonia dei destini.” (Giorgio Boatti)

Alla ricerca del silenzio assoluto si incontra il suono del cuore, delle giunture, dei polmoni.
“Il silenzio è un miraggio. Non solo per chi vive in città tra traffico, lavori stradali, smartphone, condomini molesti e che può sperare in sollievi minimi (...) Che il silenzio sia un fantasma irragiungibile lo si capisce entrando in uno dei posti più silenziosi del pianeta. La camera anecoica degli Orfield Labs di Minneapolis (c’è una stanza simile in Italia, a Ferrara) (...) Dopo poco l’udito si abitua e inizia a diventare più sensibile. (...) Per esempio dopo un quarto d’ora dall’ingresso udirai i battiti del tuo cuore, e dopo mezz’ora – se muovi le braccia- il suono delle tue giunture. Dopo quarantacinque minuti riesci a sentire i tuoi polmoni.( Steve Orfield, fondatore dei Labs). Se il silenzio artificiale inquieta, quello naturale, gentilmente violato dal vento tra le foglie e dagli uccelli, può curare: Yoshifumi Miyazaki, docente di scienze ambientali della Chiba University, ha portato impegati di mezza età giapponesi, logorati dal caos urbano, a passeggiare per due giorni nella foresta e ha misurato un aumento temporaneo del 56 per cento nell’attività anticancro del sistema immunitario.” (...) Ecco perchè la perfetta assenza di rumori è, per i viventi, un miraggio: quando c’è, non ci siamo noi. E viceversa. Lo prova la camera anecoica, chiosa Orfield. Immerso nel più profondo silenzio, sei tu a diventare suono.” (Giuliano Aluffi)

Il silenzio e la parola in una prospettiva storica.
“...il silenzio ha cominciato a esistere quando è nata la parola. Ce lo suggerisce l’etimologia: silenzio deriverebbe dalla radice hsh, da intendersi innanzi tutto come il tacere dell’uomo, anzi di più, il comando di tacere, che ancora oggi impartiamo con un suono inarticolato -shh- non così diverso dall’antica radice. (...) La maggior parte degli studiosi  oggi ritiene che il linguaggio non si sia evoluto dalle vocalizzazioni, ma dai gesti. (...) la prima parola è stata un indice puntato. O premuto sulle labbra, a ordinare il silenzio. E’ un gesto molto antico, forse preistorico. (...) Per i greci il silenzio è trattenimento della parola. (...) Ed è proprio sull’alternarsi regolato fra parola e silenzio che si fonda l’assemblea della polis: gli uomini liberi hanno diritto di parola, quindi di essere ascoltati in nsilenzio. (Roberto Mancini).” ( Giulia Villoresi)   

E per concludere: l’Accademia del Silenzio.
“Lo sforzo del pensiero occidentale di mantenere la giusta misura tra parola e silenzio sembra essere fallito. Lo si evince dal fiorire di una letteratura difensiva (i nuovi omaggi al silenzio), che si inserirebbe nello stesso filone delle riflessioni fatte nei secoli passati, se non fosse che per un punto: spesso si tende ad ignorare l’ambiguità del silenzio, e dunque a banalizzarlo. Lo si trasforma in un’esperienza turistica, lo si riduce a sinonimo di pace, lo si configura nelle immagini importate dei giardini zen. E’ un aspetto segnalato con vigore da Duccio demetrio, filosofo e fondatore, con Nicoletta Polla-Mattiot, dell’Accademia del Silenzio, nota scuola di pedagogia che pubblica per Mimesis i suoi taccuini e varie opere de silentiis. Per falso romanticismo, spiega Demetrio, a volte cerchiamo il silenzio come fuga, e andiamo incontro al dramma. Perchè il silenzio ha anche un lato terribile (di prefigurazione della morte, per esempio) che per essere superato deve prima essere conosciuto. Solo così possiamo scoprirne a pieno il valore etico. Su questo si fonda il lavoro dell’Accademia. (Giulia Villoresi)                                                                                                             (NdA: segue un interessante disamina del contributo portato da un altro membro dell’Accademia, l’antropologo Paolo Anselmi dell’Università Cattolica di Milano e vicepresidente dell’Istituto italiano di ricerca sociale di Gfk Eurisko, nel suo saggio in uscita per Mimesis, Cercatori di silenzio, dove si commentano i risultati di una ricerca condotta dall’Accademia su 180 persone che raccontano la loro personale esperienza di silenzio, dove emerge con prepotenza il silenzio come rifugio dal rumore.)

“Quando pronuncio la parola silenzio la distruggo” – Wyslawa Szymborska (1923-2012)
(Da ‘Le frasi’ di Anastasia Martino)


domenica 15 ottobre 2017

DUCCIO DEMETRIO - Realtà e finzione in autobiografria

E' la prima volta che ospito sul mio blog uno scritto dell'amico e collega Duccio Demetrio, fondatore e animatore della Libera Università dell'Autobiografia, che rispondendo alla richiesta di documentare  il suo intervento su 'Realtà e finzione in autobiografia' al recente Festival dell'Autobiografia di Anghiari, ha legato il tema trattato a quanto accaduto in questi giorni. La vicenda  riguarda Loris Bertocco e la morte assistita cui è andato incontro con grande dignità. 
Mi è sembrato importante consentire fin da subito la diffusione di questo scritto per rendere omaggio  alla sua testimonianza di rara lucidità.

Duccio Demetrio
REALTA’ E FINZIONE IN AUTOBIOGRAFIA

A poco più di  un mese dal Festival dell’ Autobiografia.

Oggi è 12 ottobre.

Credo che in molti abbiano letto su la Repubblica di oggi le ultime parole di Loris Bertocco, che ha “dovuto” scegliere di affidarsi alla morte assistita, naturalmente non in Italia. Quando ogni speranza, l’energia vitale già precaria non potevano concedergli più alcun domani. “Mi è difficile immaginare – scrive nel saluto – il resto della mia vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile”. In un tragico paradosso,  poiché l’ arbitrio libero della scelta non dovrebbe avvenire sotto un’ urgenza dovuta a costrizioni che ci impediscano il diritto alla vita. Tanto più, come è stato per Loris - e non soltanto per lui -, ancora nella lucidità di una coscienza che gli ha consentito di lasciarci una scrittura autobiografica esemplare. Non soltanto per la realtà dei fatti personali esposti - rispecchiati in chi lo conobbe - che ben poco affidano al sospetto che si sia in presenza di qualche tentazione a fingere, alterando talune verità: del corpo straziato, della cecità, dell’ abbandono. Nulla di tutto ciò può darsi: quando, come scrisse pochi giorni prima della iniezione letale: “Vi sono situazioni che evolvono inesorabilmente verso l’ insostenibilità”. E queste vanno rese note, tanto più se in gioco vi siano persino responsabilità pubbliche che concorrono ad acuire le disumanizzazioni  del tempo presente. Denunciate e vissute da quest’ uomo in prima persona. Con dignità, senso morale, nella sfida durata quarant’anni con irrisolvibili problemi superati fino ad un certo punto. Fino al commiato scelto in questo mese di ottobre, la cui luminosità irreale, in una solarità sfrontata per lui, per una moltitudine di sofferenti di cui non sappiamo, invece non sembra voler consegnarci all’autunno.


La lettera  inizia così: "Sono nato a Dolo il 17 giugno del 1958. Il 30 marzo 1977 - frequentavo l’ Istituto tecnico, avevo 18 anni – ho avuto un incidente stradale: un’ automobile mi ha investito mentre ero in ciclomotore. C’è stata una frattura delle vertebre C5-C6 e sono rimasto completamente paralizzato. Purtroppo fin da ragazzo ho avuto anche problemi di vista. Dal 1987 sono stato classificato ipovedente; dal 1996 cieco assoluto. Tra le cose importanti della mia vita c’è stata una notevole sensibilità per i problemi sociali e politici. Nel 1990 sono diventato consigliere comunale per i Verdi per alcuni anni nella città Mira […] Nel 1996 ho conosciuto Annamaria, che è diventata mia moglie nel giugno del 1999 […] La situazione complessiva ha portato nel 2011 mia moglie a non riuscire più ad affrontarla. Il fatto che dovesse cercare faticosamente quasi da sola la soluzione ai problemi quotidiani l’ha portata ad una decisione estrema, cioè la richiesta di separazione […] Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei rinviato un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ora è arrivato il momento. Porto con me l’ amore che ho ricevuto e lascio questo scritto augurandomi che possa essere d’aiuto alle tante persone che stanno affrontando ogni giorno un vero e proprio calvario […] Proprio perché amo la vita credo che adesso sia giusto rinunciare ad essa."

Uno scritto autobiografico, il suo. Limpido, sferzante, autenticamente connesso con la tradizione classica, migliore e pedagogica – ogni autobiografia è un’ esperienza del resto di formazione - di un genere che, ben prima di essere letterario, è narrativo. Poiché se non tutti possono permettersi di affinare l’ arte del racconto, tutte e tutti invece - anche con poche righe - sono in grado di esprimere chi siano stati, come abbiano vissuto, che senso abbia avuto per loro, per noi, una vita di pochi anni o lunga fino all’eccesso. E’ una lettera contrassegnata da un lascito morale inequivocabile, che percorre la realtà “vera” del suo passato, della sua resistenza a non essere sconfitto. A tratti addolcita dalla gratitudine verso chi lo aiutò a non smarrire, nelle sue condizioni, il filo di un legame fortemente intrecciato a scelte doverose nell’arco di anni fattisi sempre meno ancora possibili. Con gli altri, con il bisogno tenacemente perseguito di sapere e di lottare non soltanto per sé. Loris ci lascia una lezione di realismo autobiografico assoluto. Forse, chissà, occorre giungere al crinale della morte o averlo più volte percorso, sia essa cercata oppure attesa ad occhi ben aperti, per scrivere le torture della propria vicenda come lui ha saputo. Nel coraggio, nella più disarmata rassegnazione, nella rivolta contro un destino che egli seppe e poté, mai da solo, piegare alla propria volontà di continuare a respirare nel risveglio doloroso, ma ottimista, dei giorni. Possiamo, in autobiografia, adottare stili e sottogeneri diversi per raccontarci; possiamo alterare qualche ricordo non per mentire, ma per consentirgli di apparire più letterario e convincente; o, ancora, potremo cercare di apparire quel che avremmo voluto essere. In tutti i casi, il canone autobiografico non verrà tradito o eccessivamente manipolato quando alcune note esistenziali scandiscano le pagine in trasparente evidenza. Quando compaiano date salienti, evocazioni di luoghi ( qui: “Abbiamo ampliato e ristrutturato la mia vecchia casa;…”); quando  figure determinanti vengano evocate con gratitudine (qui: “Mio padre è mancato, mia madre ha avuto problemi di salute e non ha potuto darmi la sua assistenza come nei periodi precedenti”). O quando nella storia irrompe l’evento che ti tronca un avvenire promettente; la scoperta determinante della amicizia, dell’amore, della solidarietà. E quindi, così come ci sono i fatti, comprovabili da chi ti conobbe ( senza i quali, un’ autobiografia può ridursi soltanto ad un dialogo  con se stessi: disincarnato, consolatorio, inafferrabile); anche i sentimenti diventano tali, se tracciano in profondità i fili conduttori di una esistenza diversa, diversamente capace di sopportare l’ infelicità, che è simile tuttavia a quella di ognuno di noi. Le parole secche, la concisione sintattica, l’ eco inequivocabile di un’ oralità affidata alla penna altrui, gli accenni essenziali per dirsi ed essere intesi, scorrono rapidamente e celebrano il compito ancestrale della scrittura. In che altro consiste se non nell’essere riusciti a incidere su una pietra, una pergamena, un foglio o uno schermo, il disegno di una storia, che non ha più tempo per soffermarsi su particolari inutili? Anche se, probabilmente, il temperamento di Loris avrebbe voluto lasciare spazio alle “ali della poesia”, avrebbe voluto avere più tempo per lasciarci indizi di quanto sia riuscito a vivere momenti di gioia, di entusiasmo, di godimento. Ma, egli, ha dovuto scrivere il proprio memoriale in forma d’epitaffio, sacrificando la bellezza, parole più tenere e amabili. In tale atto definitivo ha potuto solamente gridare senza enfasi la propria autosufficienza, grazie tuttavia all’aiuto di uno scrivano di cui non conosciamo il nome. Il cui soccorso prestato, ben oltre le quotidiane incombenze non possiamo che ringraziare. Leggendo la lettera nella sua breve totalità (reperibile in internet), ci imbattiamo in una testimonianza e in un testamento. Un’ autobiografia può essere lunga 5 pagine o 500, ciò che conta è che sia concepita – come questo estremo saluto – al fine di farci intendere l’ esistenza di una  trama tessuta con la ferocia della solitudine che Loris non ci sbatte in faccia; con le cose inequivocabili, con gli incontri fatali e le situazioni del mondo reale capaci di dettarci il nostro destino. In una lotta arcaica tra la necessità, l’irruzione del caso, la forza di reagire con la volontà di esistere. Eppure, la sua realtà, il suo passato, il suo presente ormai ridotto a poche ore ancora, hanno saputo comunque protendersi verso bagliori di finzione. Qualora si intenda tale registro narrativo non nei modi scaltri  della menzogna ad effetto, della fantasticheria avventurosa, dell’immaginario rocambolesco, della evasione sfacciata dalla storia personale.


Loris Bertocco agisce il suo realismo finzionale (l’unico dignitoso e nobile in autobiografia) nel proiettarsi e proiettarci verso il futuro. Nel crederci, nella sua ora ultima affidandolo ad altri, a noi che restiamo:

Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul “testamento biologico” e sul “fine vita […] Ringrazio tutti coloro che mi sono stati vicini”  e che proseguiranno la battaglia per il diritto ad una vita degna di essere vissuta e per un mondo più sano, pulito e giusto”. Loris ha saputo dimostrarci che non vi può essere separazione tra realtà e finzione quando l’ autobiografia trasudi verità umana e umanità; bensì riconciliazione, alleanza, fecondità creativa. Quando la seconda protagonista si mostri veicolo e viatico dei nostri desideri realizzati o da consegnare a chi resta come sogni capaci di produrre realtà e storia di libertà, emancipazione, giustizia civile per tutti.